Siamo uomini o sceriffi

Affinità e divergenze tra il compagno Tex Willer e lo sceriffo Cofferati

La Mano Rossa

Il miserabile, già frusto dibattito post-ferragostano sulla sicurezza chenonèdidestranédisinistra ha rapidamente toccato abissi di una bassezza ed uno squallore che avviliscono e su cui non vorrei insistere. Un coro bipartisan lancia l’allarme: orde di lavavetri assetati di sangue, squadroni di Rom rapitori di bambini, gangs di finti writers (in realtà picciotti di Totò Riina che taggano in codice i suoi pizzini dal carcere) minacciano l’esistenza stessa dell’uomo dabbene, che invoca più sicurezza per sé e per la sua famiglia. Serve l’uomo forte, nevvero? Ed ecco che - inesorabile - spunta in qualche maniera il nome di Sergio Cofferati, cui fare l’uomo forte piacerebbe tanto, ma proprio tanto.

“Ma gli sceriffi non erano i buoni?”

BOLOGNA - «Ma una volta, quando eravamo piccoli, gli sceriffi non erano i buoni?». Così il primo cittadino di Bologna, Sergio Cofferati, ha risposto ieri a chi lo accusava di voler essere un sindaco-sceriffo. «Quando mi paragonano a Tex Willer - ha aggiunto - ricordo che Tex è amico degli indiani». Il personaggio di Bonelli è da sempre l’eroe preferito da Cofferati. Una passione nata da bambino, come lui stesso una volta ha raccontato: «Io a seguire le avventure di Tex ho cominciato a tre anni, negli anni Cinquanta. Non sapevo ancora leggere, guardavo le figure». […]

[…]«Tex non l’ho mai tradito - ha confessato - ho una stanza apposta, a casa mia». Perché lo sceriffo disegnato da Bonelli è un modello «positivo, sta dalla parte dei giusti (non dico dalla parte dei buoni, termine inflazionato, di questi tempi…) ha coraggio e dignità, è un bianco, ma viene nominato anche capo degli indiani».
Nel 1998 è stato pubblicato un libro dal titolo eloquente: “Il mio amico Tex”.
Autore, Sergio Cofferati.

la Repubblica, 7 settembre 2007

Certe dichiarazioni non possono non far sorgere il dubbio che Cofferati non abbia in realtà mai smesso di guardare solo le figure. L’alternativa è che il Cinese non abbia mai capito nulla di quel che leggeva.

In primis: Tex non è affatto uno sceriffo, ma un ranger. Gian Luigi Bonelli ne era casomai sceneggiatore ed editore, non certo il disegnatore. A spulciare il virgolettato sorge però il dubbio che possa anche trattarsi di un’imprecisione del redattore di Repubblica, ragion per cui soprassiedo e non crocifiggo il Coffy.

Quel che va invece puntigliosamente precisato è che nell’epos bonelliano gli sceriffi non sono mai “i buoni”. Sono - nella migliore delle ipotesi - uomini tremebondi ed ignavi, spettatori rassegnati ed impotenti di crimini e soprusi, quando non essi stessi collusi od irrimediabilmente corrotti. I peggiori tra loro sono dei veri e propri banditi: delinquenti al soldo del prepotente di turno, vigliaccamente nascosti dietro alla stella di latta. Tex, rispettoso della Legge e dei suoi simboli, ogni volta si prodiga per ricondurli sulla retta via (di norma a suon di sganassoni). Va da sé che quando lo sceriffo di turno si rivela una mela bacata, Aquila della Notte ed i suoi bravi pards lo eliminano senza indugio, spedendolo nelle patrie galere o - più di frequente - direttamente a Boot Hill. Il cattivo sceriffo è da considerarsi pienamente redento solo quando ritrova il coraggio di far rispettare la Legge a tutti, a cominciare dai prepotenti.

Ed è proprio qui che salta il già improvvido paragone tra Tex ed il barbuto ex sindacalista. Tex non emargina i poveri, i derelitti e gli sfruttati: offre anzi loro una possibilità di riscatto sociale, aiutandoli a liberarsi dai gioghi che li opprimono. Tex non fomenta guerre tra poveri, ben sapendo che è dove nuota il pesce grosso che si deve colpire più duramente. Vive in una tendopoli in mezzo agli straccioni Navajos, ha di meglio da fare che sgomberare i centri sociali. Non ha paura degli speculatori, delle lobbies dei commercianti, degli umarells. Agisce esclusivamente secondo giustizia, senza farsi pubblicità. È autorevole, non autoritario. Pecca giusto di una punta di paternalismo, a volergli cercare la pagliuzza nell’occhio.

Che dire invece di Cofferati, se non che è il perfetto paradigma dell’eterno italico ritornello «forte coi deboli, debole coi forti»? Se la suona e se la canta da solo: si inventa il “Degrado”, individua, condanna ed addita al pubblico disprezzo quelli che a suo insindacabile avviso ne sono responsabili (il centro sociale, il lavavetri, la birretta, il punkabbestia, il baraccato), per darsi infine un gran daffare per farli scopare sotto il tappeto, sempre battendo la grancassa, gonfio il petto e candida la barba.

Non s’illuda Sergio Cofferati: sta infatti a Tex come Baget Bozzo a Don Milani, come Feltri e Betulla a Woodward e Bernstein, come Bettino Craxi a Robin Hood.

Si trovasse di passaggio a Bologna, sono certo che Tex farebbe un salto in Pratello a offrire un giro di aperitivi prima della consueta bistecca alta tre dita, ricoperta da una montagna di croccanti patatine fritte. E non è detto che non gli scapperebbero pure un paio di sganassoni allo “sceriffo” di Palazzo d’Accursio.

il Gambero Rotto

Lascia un commento

I tuoi dati.

Hai già lasciato un commento e non riesci ancora a leggerlo?
Prova a ricaricare la pagina premendo Ctrl+F5.


Naviga nel Gambero Rotto