Come si diventa Fiorello, Tommaso Labranca

Da Estasi del pecoreccio. Perché non possiamo non dirci brianzoli

Tommaso Labranca ritratto da Marina Spironetti
Tommaso Labranca ritratto da Marina Spironetti

È morto Tommaso Labranca, autore a me tra i più cari e utili. Non mi pare insensato approfittare di questo spazio per condividerne un brano assai più citato che letto, la lettera a Roberto Calasso (e Fleur Jaeggy) intitolata Come si diventa Fiorello, pubblicata come extra track nell’introvabile Estasi del pecoreccio. Perché non possiamo non dirci brianzoli (Roma, Castelvecchi, 1995, pp. 99-114) e qui estratta dalla mia preziosissima copia personale. Buona lettura.

Come si diventa Fiorello

Da Estasi del pecoreccio. Perché non possiamo non dirci brianzoli

lettera al dottor Roberto Calasso,
presso Adelphi Edizioni,
via San Giovanni sul Muro, 3
20135 Milano

Gentile dottor Calasso,

Dio le conceda cent’anni di vita e salute finché pubblicherà i libri di Anna Maria Ortese. E anche quelli di Milan Kundera, anche se questi io non li leggo mai nelle sue edizioni, bensì in quelle Gallimard poiché ormai le versioni francesi dei romanzi di Kundera sono tutte riviste dall’Autore ed equiparate agli originali in lingua ceca. Mi scusi se cerco di tirarmela e magari ci riesco male, ma lei è un’autorità in materia e nessuno può batterla in fatto di autoreferenzialità.

In primo luogo devo chiederle scusa per una mia piccola situ-azione [sic, n.d.r. 2016]. Il 27 settembre 1992 ho voluto mettere alla prova lo spirito umoristico di tre case editrici italiane scelte tra quelle in cui ci si danno talmente tante arie da rendere inutili i pinguinidelonghi persino in pieno luglio. Ho dunque creato un personaggio, Angelo Stofano, sessantaseienne pensionato della Innocenti, di quelli che, dopo una vita alla catena di montaggio, passano le giornate negli orti abusivi che costeggiano le piste dell’aeroporto di Linate. Forse lei, benché colto, ignora il significato delle espressioni catena di montaggio e orti abusivi, concetti di cui non ha mai discusso con Ingeborg Bachmann e che io comunque non le illustro per non introdurre germi pop nel suo universo asetticamente aulico.

Angelo Stofano inviava alla sua Casa editrice, come anche a Guanda e a Scheiwiller, sei poesie, specificando nella lettera d’accompagnamento che esse erano tratte dalla propria sterminata produzione di 739 componimenti e che, pubblicandone magari 200, le si poteva illustrare con i quadri di un suo amico, Marino Semoa. Il tutto, lettera e poesie, era battuto a macchina su una vecchia Olivetti, facendo molta attenzione a disseminare nella giusta quantità errori di dattilografia e di grammatica, a diluire il mondo dello Stofano in stilemi ora danteschi, ora petrarcheschi, a esagerare il numero di punti esclamativi (anche nove in una sola volta!). Non le ripropongo qui le sei poesie1. Mi limito a ricordarle i titoli e gli argomenti: Michelangelo dell’angioli, quasi una sindrome di Stendhal che aveva colpito lo Stofano sotto la volta della Cappella Sistina. Uomini e bestie… non solo!!!!!, un’accorata preghiera mistico-ecologista in cui al tramonto non solo gli augelletti, ma persino i cavoli rispondono a un richiamo dionisiaco (non le viene in mente nulla? Che so, Il Re del mondo di René Guénon, volume 51 della sua Piccola Biblioteca?). La preghiera della trota, in cui, stupito dalla reazione del salmonide allamato, lo Stofano promette a se stesso di non pescare più; Non ti drogar!!!!!, un grido contro le tossicodipendenze che supera quello di Marco Masini; Luce rossa!!!!, scritta dopo aver visto un ex-commilitone entrare vergognoso in un sessi-cinema, si conclude con l’arcangelo Gabriele che squarcia lo schermo e invita il pubblico al pentimento.

Il giorno 1° ottobre 1992, su carta intestata, la sua redazione scrive allo Stofano per dire che la Adelphi non pubblica, se non eccezionalmente, libri di poesie. Francamente, questo mi sembrava un caso più che eccezionale…

Comunque, la ringrazio per aver risposto. Guanda e Scheiwiller non si sono nemmeno degnati di aprire la busta.

Non è finita qui. In quello stesso mese di ottobre mi trovo alla Buchmesse di Francoforte e vedo lo stand della sua Casa. Entro con aria di sufficienza e vi trovo una signora Adelphi-style. Sa, una di quelle «signore di cultura superiore, aperte ai contatti con il pubblico e in possesso di facoltà organizzative» che la Garzanti cerca disperatamente nella rubrica Prestazioni temporanee del Corriere della Sera per mandarle in giro a vendere quei fondi di magazzino che chiamano enciclopedie.

Mi avvicino e le dico che su RadioTre ho sentito del’imminente pubblicazione presso Adelphi delle poesie di Angelo Stofano. Continuando a rovistare nella sua borsetta, quindi senza guardarmi, la signora rispose che no, che mi ero sbagliato, che loro pubblicano solo le poesie di Walter Whitman e non di nuovi autori. «Walter Whitman where are you?», si chiede Gino Vannelli. «Nuovi autori!» faccio invece, scandalizzato, io: «Stofano tanto nuovo non è». Era stato amico ed emulo di Dino Campana e per fortuna c’era qualcuno che finalmente l’aveva riscoperto e ritenuto degno di stampa. La signora resta smarrita, allora mi affretto a dire che evidentemente mi ero confuso con qualche altra Casa. Saluto e vado via.

Quando racconto questo episodio, magari a qualche suo estimatore, di solito mi si risponde con aria di sufficienza, definindola una goliardata. Dapprima me la prendevo, poi quando ho visto il modo in cui anche le azioni situazionaute di Luther Blissett sono state evasivamente liquidate come goliardate dai giornalistucoli ho capito che la strada da seguire era un’altra2.

La nuova strada che intendo percorrere non è più quella dell’attacco diretto, ma quella del cordiale invito a cambiare, prima che sia troppo tardi, ad abbandonare lo Stadio della Spocchia, a mutare questo suo atteggiamento misantropo, a diventare davvero popolare, anzi pop. In poche parole, io vorrei tanto insegnarle come si diventa Fiorello.

Ha presente Fiorello? Credo proprio di no. È un personaggio dello spettacolo, molto conosciuto e popolare. Presenta, canta, intrattiene. Il suo nome completo è Rosario Fiorello. Un nome forse troppo normale perché lei possa non dico ammirarlo, ma soltanto conoscerlo. Nella sua foga antipopolare, lei ama circondarsi di personaggi dai casati impronunciabili: Ulfeldt, Schwob, Szczypiorski, Güiraldes, Ödön von Horváth, Ka’us Ibn Iskandar e quanti altri autori tratti dal suo catalogo che non sto a riportare poiché il mio modestissimo PC ha una limitata tastiera italiana, orfana di tutte le pipette e dei segni diacritici necessari a snobbare il pop e a riscoprire il più dimenticato autore urdu di versetti gnostici bifronte.

Fiorello ha dimostrato una cosa: per i potenti della cultura (e tra questi annovero anche lei) è importante quello che si fa, non come lo si fa. Cioè, non è importante se sei bravo come Fiorello, che è un grandissimo uomo di spettacolo, è simpatico senza fingere affettazione, sa mettere la gente a proprio agio, sa evitare i tempi morti. Se sei un personaggio pop, dedito a cose pop sei segnato: sei un cretino. Se invece sei un intellettuale, puoi anche essere Emanuele Trevi che tanto va bene lo stesso, sarai celebrato e tenuto in grande considerazione.

Leggo su L’Espresso del 24 febbraio 1995 che lo psicanalista Aldo Carotenuto dice: «Fiorello è un cretino che piace ai cretini». Allora, chissà quanto piace allo stesso Carotenuto!

Fiorello, poniamo, finisce a una cena dopo una premiazione e a questa cena giunge a un certo punto, regolarmente invitato dalla Pro Loco, un gruppo musicale folcloristico. Fiorello resterà al suo posto, probabilmente, conoscendone il carattere, si unirà ai canti, coinvolgendo il resto degli ospiti. Insomma, non farà come avete fatto voi (con voi intendo dire lei, Fleur Jaeggy e una vostra amica) che in una situazione simile vi siete alzati disgustati e, in fila indiana, siete andati via. Fonte del pettegolezzo: Rossana Campo.

D’accordo, non le chiedo di diventare un animatore da Club Méd, ma almeno scenda un po’ da quel muro che divide con San Giovanni! Anche perché lei, almeno per ora, non è stato ancora canonizzato.

Torniamo per un attimo a parlare di poesia. Qualche anno fa Fiorello è stato vittima di parecchi censori perché aveva messo in musica San Martino di Carducci.

Bene, quando Angelo Branduardi aveva messo in musica Esenin nelle Confessioni di un Malandrino nessuno protestò, forse perché del fatto se ne accorsero in tre. E nessuno si è scandalizzato nemmeno quando a cantare i poeti è stato De André. Neppure davanti alle pastiches poetico-citazioniste di un certo Battiato dei primi anni Ottanta. Invece su Fiorello critiche a pioggia, perché se vuoi mettere in musica un poeta devi farlo accompagnandoti con la chitarra e con la voce nasale, con il dolcevita nero e le parole che escono stitiche dalla parte di bocca lasciata libera dalla Gauloise. Non appena il ritmo si fa dance, non si hanno giustificazioni.

Eppure quell’operazione era uno splendido esempio di coerenza. Fiorello sa di avere un pubblico dalla cultura limitata agli insegnamenti scolastici. Quindi propone loro un testo-base, un caposaldo tra le inutili poetitudini dell’istruzione dell’obbligo. Sapendo che il suo fan medio è la parrucchiera con licenza media cosa vuole che faccia? Mettere in musica Walter Whitman e solo in casi eccezionali?

Ma tant’è, i critici devono pur riempire le proprie rubriche e quando gli argomenti scarseggiano tutti addosso a Fiorello. O tutti addosso al più grande poeta italiano contemporaneo, ossia Pasquale Panella. Quante critiche si è dovuto beccare Panella per i testi degli ultimi dischi di Lucio Battisti? Infinite, ma tutte con un punto (infondato) di contatto: quei testi sono incomprensibili. Bene, allora perché questi criticucci non hanno mai detto una mala parola sulla regina della incomprensibilità che nasconde vuotezza, ossia Fleur Jaeggy?

So che la signora Jaeggy è la sua compagna e che siete uniti in un invidiabile sodalizio che richiama alla mia mente altre coppie celebri nella vita e nel lavoro. I Krisma. Al Bano e Romina. Patrizio Roversi e Siusy Blady. I Vianella. Gilbert and George. Raimondo Vianello e Sandra Mondaini. Anche Fiorello e Anna Falchi, finché dura.

Un detto popolare (e mi scusi se ho detto popolare) recita: «Non si pigliano, se non si somigliano». Quant’è vero! La sua signora è altrettanto antipop quanto lo è lei.

Fleur non si pubblicizza, e non ne ha bisogno, visto che l’editore lo ha già in casa. Quando hanno chiesto a tutti gli scrittori italiani di preparare poche righe di presentazione per un libro intitolato L’Autodizionario lei si è sdegnosamente rifiutata di prendervi parte (Anna Falchi non si rifiuta mai a Eva 3000). Forse perché non esiste. Forse perché è una creazione della fervida immaginazione calassiana. E le foto che la ritraggono nei risvolti di copertina dei primi romanzetti, quelle in cui appare con capello lungo e liscio, rimmel distribuito non con una matita, ma con una pennellessa e maxigonna floreale, altro non sono che elaborazioni computerizzate di immagini di Milena Cantù, l’ex Ragazza del Clan di Celentano.

Fleur non concede interviste. Non appare in televisione. Anzi, di sicuro voi in casa la televisione non l’avete nemmeno.. E quando Anna Maria Ortese ne Il cardillo addolorato traccia un bel paragone tra un’immagine che scompare in una lente magica e l’immagine che si riduceva a un punto luminoso nei vecchi televisori in bianco e nero, leggendo il manoscritto del romanzo lei, signor Calasso, ha telefonato alla Ortese per saperne di più, per chiedere se era esatto quello che c’è scritto, come funzionava quel dannato arnese…

«Come funziona la lente magica?», avrà azzardato timidamente la signora Ortese.

«Ma no, quel coso… il televisore!», avrà concluso, spazientito, lei.

E sì che proprio grazie a un televisore lei ha incontrato sua moglie. Almeno così raccontano le agiografie non autorizzate che la riguardano e che già girano sotto forma di bootleg. Eravate a un party in qualche salotto milanese. Lei fissava Fleur già da un po’ e la signorina Jaeggy ricambiava lo sguardo. Alla fine, nella noia del festino che non decollava, vi siete quasi scontrati nei pressi di un televisore spento. Con il bicchiere in mano, Fleur si è accorta del televisore e, spaventata, ha fatto un passo indietro, bisbigliando in dialetto zurighese: «Televisione… cattiva maestra!» Allora lei, incantato dal fatto di aver incontrato finalmente un intellettuale con le tette, con mossa da autentico marpione la ha abbordata.

«Cosa fa di bello?», disse Roberto.
«Io scrivo», disse Fleur.
«Io pubblico», rispose Roberto.

Ora, la signora Jaeggy ha scritto cinque libri. I primi tre li ho comperati perché il Battiato prevocedelpadrone ne aveva tratto i testi di Hiver e di Le aquile.

Ero giovane e inesperto, allora. Il quarto, I beati anni del castigo, l’ho prelevato subdolamente dalla Biblioteca Comunale di Peschiera Borromeo. Nessuno se ne è mai accorto, e questo le dimostra quanto ricercate siano le opere di Fleur in quel borgo industriale della periferia milanese. Il quinto no, dissi, no, non lo voglio no. Mi è bastata una recensione di Tiziano Scarpa su Leggere. Una recensione meravigliosa, ferocemente distruttiva, che diceva ciò che nessuno aveva mai avuto il coraggio di dire prima. Tra le altre cose, svelava i trucchi da lei usati per gonfiare tipograficamente l’avaro manoscritto di Fleur: pagine mozze; pagine bianche; caratteri in corpo esagerato, come quelli della prima riga nelle tabelle usate dagli oculisti; interlinea così largo che, come dicono in Puglia, ci passa un cane con la scopa in bocca.

Che futuro ha sua moglie come scrittrice? Facciamo due conti. La Jaeggy ci parla continuamente dei suoi anni passati nel collegio svizzero. Considerando che la sua produzione finotra consta di cinque libri, e ponendo un beato anno di castigo in collegio per ogni libro, siamo ormai alla fine delle elementari. Tenendo conto dell’ordinamento scolastico elvetico3, mancano quindi i quattro anni corrisponenti alle nostre medie, i quattro di superiori e almeno cinque di università. Ci aspettano dunque altri 13 libri di Fleur Jaeggy, sempre sperando che non sia finita fuori corso…

Considerato che dal punto di vista della poppizzazione sua moglie è totalmente refrattaria, torno a concentrarmi su di lei. Mi dia ascolto: lasci Fleur e prenda Fiorello. Cominci magari dalle cose più esteriori. Le copertine, per esempio. La smetta con quei dettagli tratti da quadri classicheggianti! Vede, vuole fare il raffinato e poi cade nella trappola del peggior Barocco brianzolo. Angeli, sindoni, mercuri alati… bleah. Prima o poi rischierà di scegliere qualche pagliaccio triste o qualche marina di Camogli all’alba. Punti di più su immagini popolari, magari una biondazza senonudo di quelle che sedevano sui cinturati Pirelli negli anni Sessanta. E poi i colori… Come pensare di votarsi al pop se continua a scegliere simili tinte per le copertine dei suoi libri? Gialli pallidi, grigi evanescenti, azzurri convalescenti… Ha presente le giacche o i cappotti di Fiorello? Quei colori sono adatti a un impatto pop. Le consiglio alcuni Pantone® per le copertine dei prossimi volumi: fucsia fluo 806, giallo 116, viola 266, arancio fluo 165, verde acqua metallizzato 563, Reflex Blue.

Per confortarla, le dirò che ultimamente lei ha dato segni di propensione alla poppizzazione, anche se cercava di reprimere questi sani istinti. Per esempio, io ho capito che quel simbolino che sta al piede delle sue copertine (e che Battiato4 ripropose anche sulla copertina de L’arca di Noè) non ha l’origine esoterica che molti insinuano. Molto più banalmente, si tratta di due bagnanti che se la stanno spassando su un pedalò al largo di Cesenatico. Anche se non è vero, le conviene cominciare a spacciare questa informazione: sarà il primo passo per fare della Adelphi la casa editrice balneare per eccellenza.

Vede, io la spingo a diventare Fiorello, ma lei è già molto simile a Claudio Cecchetto. Per anni il celebre DJ-produttore ha afflitto le nostre estati proponendoci gruppi inediti che puntualmente spacciava per «gli eredi dei Duran Duran» e dei cui frontmen lodava la «straordinaria voce dalle reminiscenze blues». Nomi come Kajagoogoo, Via Verdi, The Cubes, The Twins, Tracy Spencer, Taffy o Sandy Marton suonano oggi alle nostre orecchie misteriosi quanto vocaboli etruschi. Intanto, dopo una breve stagione balneare, simili promesse sparivano.

Negli ultimi anni lei aveva iniziato a seguire le orme di Cecchetto. Nell’estate 1993 ci presentò Paolo Maurensig con La Variante di Lüneburg. Nell’estate 1994 toccò a Piero Meldini con L’avvocata delle vertigini. Bene, il lancio di scrittori balneari, di quelli che magari fanno nascere qualche amore in riva al mare e poi scompaiono, costituisce già un primo passo per l’ottenimento del patentino pop. Ma il suo progetto è ancora troppo intellettualoide e prevedibile. Ho scoperto con raccapriccio, per esempio, che il monogramma di Paolo Maurensig è lo stesso di Piero Meldini. PM. Maurensig è nato nel 1943 a Gorizia (Repubblica del Nord). Meldini è del 1941, originario di Rimini (Repubblica del Centro). I titoli dei loro libri si compongono di un articolo, un sostantivo e un genitivo.

La presentazione sull’aletta di copertina di Maurensig si concludeva dicendo: «… e insieme ci svela uno scrittore». Su quella di Meldini si diceva: «… si delinea la fisionomia inconfondibile di uno scrittore».

Mancava l’effetto sorpresa. Al pubblico bastavano questi dati per ritenere che verso fine maggio del 1995 sarebbe arrivato in libreria un nuovo volume Adelphi intitolato La sambuca della Mariarita, firmato da un altro PM, Pasquale Mazzacurati, nato nel 1939 (altri due anni prima) a Matera (Repubblica del Sud) e la cui presentazione sull’aletta si sarebbe conclusa con queste parole: «… traccia con maestria la sua figura di scrittore».

Così però non è stato. Forse deluso per lo scarso successo di Meldini, battuto da Maurensig per 12 (edizioni) a 2, lei ha deciso di smetterla con l’editoria estiva. Nulla di male: anche Fiorello ha abbandonato il karaoke prima che la nave affondasse. Anzi smettere ha rappresentato un bene. Personaggi come Piero Meldini, di professione bibliotecario, riducono di molto le sue possibilità di diventare pop.

Mi spiace dirlo, ma la pubblicazione de L’avvocata delle vertigini è stata davvero la dimostrazione di quanto lei odi non solo il pop, ma l’intero genere umano. E di come questo odio si diffonda anche su coloro che vengono a contatto con i suoi libri. Quando acquistai il libro, per esempio, chiesi all’arcigna commessa «il romanzo di Maldini». Fosse stata una affiliata alla segretissima società dei Giovani Salmoni, la signora mi avrebbe chiesto, ammiccando, «Cesare o Paolo?». Invece si limitò a correggermi seccamente: «Meldini».

Il libro, avverte la nota di copertina, è un noir. La copertina stessa però è azzurra e, a leggerla, la storia pare un giallo e in fondo lo è. Ma questa fantasia cromatica non basta ancora a fare del libro un’opera pop. Anche perché come giallo il libro delude. L’avvocata del titolo non è nemmeno lontanamente una collega di Perry Mason. E poi i personaggi sono così pochi che non c’è nemmeno suspence. Se ce l’ho fatta io, chiunque può capire da subito che o’ fetiente di turno è il bibliotecario Manara. Altra scelta antipop: chiamare un personaggio Manara e non mettere nemmeno un solo disegno di donnine nude significa perdere una buona parte di lettori.

Anche le scelte lessicali operate da Meldini (e da lei accettate) risultano estremamente antipop. Espressioni come sboglientati in olle e lebeti oppure schidionati fanno venire voglia di buttar via il libro a pagina 15.

Ma ecco il trionfo della sua misantropia. A pagina 26 si legge: «Dominici era solidale.in cuor suo con Manara su una sola cosa: la strenua difesa della biblioteca dall’irruzione degli estranei. Una coerente politica di orari a singhiozzo, regole esoteriche, veti e occhiatacce aveva fatto il vuoto […] la Civica Biblioteca Giacomo Antonio Passeri non aveva praticamente lettori». Se lei davvero condivide queste parole, allora lancio l’anatema:

CHE I SUOI VOLUMI MARCISCANO INTONSI
IN QUELLE STESSE BIBLIOTECHE
ALLE QUALI ELLA CI VIETA L’INGRESSO.

E la punizione (orrenda, da girone dantesco) non toccherà solo i suoi libri, ma anche la sua persona. Nei miei sogni più crudeli la vedo in una festa de L’Unità, a vendere libri su Togliatti e la videocassetta dei funerali di Berlinguer, dietro un banchetto stretto tra la friggitrice delle patatine e la pista di ballo liscio.

Si ricordi, dottor Calasso, che noi possiamo vivere senza di lei, ma lei senza di noi che compriamo i suoi libri sarà costretto a elemosinare cene e refrigerio alla tavola (e sotto il ventilatore) di una nota editrice milanese una sera sì e l’altra anche.

Per aver pubblicato frasi simili dovrebbero arrestarla per istigazione all’ignoranza e ricostituzione del disciolto partito oscurantista.

Dunque ha ragione Edoardo Sanguineti5 quando dice che lei si rivolge a una ristretta élite intellettuale. Ma sa da chi è composta quella élite? Da un tale che se ne sta sdraiato a leggere un suo libro e, benché appena raffreddato, finge malori inenarrabili con la moglie tornata a casa zuppa per la pioggia e pronta a somministrargli acido acetilsalicilico6 Da quel fotografo che, in un’immagine pubblicitaria, immortalò una cameretta per ragazzi, disseminandola di racchette da tennis e audiocassette in un disordine studiato e ponendo su uno scaffale della libreria invece dei normali testi scolastici o delle collezioni di manga, l’intera collana Fabula. La sua élite è dunque costituita da fuoriusciti del pop, da esponenti della peggiore pubblicità in stile Barocco brianzolo che una volta fatta la grana pensano sia giunto il momento di diventare colti.

Ma torniamo a Meldini. A questo punto ci si sarà fatta un’idea talmente antipatica e indisponente del Pessimo che si aspetta solo di incrociarlo a bordo della nostra potentissima Ferrari F5O mentre a notte fonda torna dalla biblioteca in cui lavora. Allora, approfittando del buio e della strada deserta…

Ma come ben sanno i tossici che rubano i car stereo, non c’è cristallo d’auto che non abbia un punto debole. Il punto debole di Meldini, quello che scatena la rabbia del popolo pop, arriva a pagina 51 quando dice: «Annottava. Lontane, si udivano le ultime grida dei bambini che le case andavano inghiottendo e che avrebbero puntualmente risputato l’indomani, più vecchi di un giorno».

Questa frase orribile, che sembra tratta da una sceneggiatura rifiutata persino da Dylan Dog, fa crollare tutta l’immagine di colto e raffinato esteta letterario che il signor Meldini ha cercato di costruirsi a furia di paragoni tra il basso continuo e il frinire delle cicale, tra il contrappunto e il cinguettio degli uccelli.

Non ho citato Dylan Dog per caso: tra torture a poveri cani randagi, segni cabalistici sule porte delle chiese, tombe spaccate e oscure minacce, Meldini, splatter frustrato, si pone come l’emulazione fallita di Tiziano Sclavi7. Da questo punto in poi il popolo si vendica e inizia una gara a riconoscere nella scrittura del povero Pierino (ormai viene spontaneo chiamarlo così) origini basse. Ecco il ritratto del giudice Bosio che pare tratto da un episodio delle inchieste di Sanantonio, se non addirittura dalle pregiate tavole del fumetto Tangentopolis. Ecco il finale incomprensibile, da saga fantasy di serie Я8. Alla fine, quindi, la tensione pop non riesce a essere soffocata e torna alla luce con la stessa violenza con cui le radici di certi alberi cittadini rompono l’asfalto.

So che non si dovrebbero dire queste cose a colui che è direttore editoriale di quella che Giampiero Mughini su Panorama, in un eccesso di leccaculismo, ha definito «la più raffinata casa editrice italiana». Soprattutto non dovrei dirle io, che sono un fiancheggiatore della «più pecoreccia casa editrice italiana». Ma, vede, io ho sempre creduto che la più raffinata casa editrice italiana fosse quella di Franco Maria Ricci. O anche Sellerio. Ecco, non si offenda, semmai lei è l’emulazione fallita della Sellerio. Certo, lo so che Sellerio è nata dopo Adelphi, ma esistono anche casi di emulazione previsionale. Casi in cui un personaggio non emula direttamente un altro personaggio, ma un’idea. Poi, però, arriva qualcun’altra che riesce a incarnare meglio quell’idea. Le faccio un esempio: nel 1980 fu lanciata tale Laura Luca, una cantante che voleva incarnare l’idea di adolescente presa da problemi scolastici, amorazzi e amiche poco fedeli. Quando nel 1992 apparve Laura Pausini, la cui aderenza a quell’immagine era senza dubbio più riuscita, la Luca agli occhi dei Giovani Salmoni più esperti divenne automaticamente un caso di emulazione fallita previsionale. Io ritengo che Laura Luca sia come la Adelphi e la Pausini sia come la Sellerio. Lei, come molti altri integralisti estetici, non accetterà questa commistione tra alto e basso. Ma l’alchimia insegna che come è l’alto, così è il basso. Se lo faccia spiegare dal suo amico Battiato. E, soprattutto, faccia qualche puntatina in basso, ogni tanto.

Quindi ora tocca a lei decidere se continuare a scrivere e pubblicare Knödel indigesti come Le nozze di Cadmo e Armonia o alleggerirsi e diventare il Fiorello della letteratura italiana. A proposito, ha notato? Avrei potuto dire polpettoni indigesti e invece, siccome so che lei è un amante della cultura mitteleuropea, l’ho gratificata con un bel Knödel! Me ne sia grato,

la saluto molto cordialmente

Tom

n.d.C.: a Via San Giovanni sul Muro avreste mai concesso al proto di far terminare un capitolo a pagina nuova con tre righini come concedono ad abundantiam al Viale del Vignola?

Note:

  1. La lettera d’accompagnamento, quella di risposta e le sei poesie sono state pubblicate integralmente sul numero S di TrashWare, dell’inverno 1992. Chi voglia comunque ricevere le sei poesie può richiederle a Fondazione Labranca – via Dante 12 - 20090 Pantigliate (Milano).

  2. Vedi il vergognoso articolo Il club dei goliardi telematici, pubblicato a pagina 13 del Corriere della Sera del 21 gennaio 1995 e firmato senza pudore da tale Giancarlo Martelli, un amante dei vezzeggiativi che dice scherzetto invece di deriva psicogeografica e chiama giornaletto la fanzine.

  3. Per le informazioni sull’ordinamento scolastico elvetico ringrazio Il figlio di Ubaldo il falegname, CH-6834 Morbio Inferiore.

  4. ln questo testo Franco Battiato viene più volte citato. Non è un caso: l’esoterico musicista, sempre più emulazione fallita di Philip Glass, è un caro amico di casa Calasso.          

  5. Sanguineti lo ha detto in un’intervista di cui lei era il tema, pubblicata il 2 agosto 1995 sul Corriere della Sera.

  6. Sarebbe della comune aspirina. Chiedo scusa per questo accenno di letteratura-cruciverba. 

  7. Ma Dylan Dog incombe anche per un altro motivo sulla cupa casa di via San Giovanni sul Muro. Mi dicono, e io non posso che crederci, che La paura del cielo sia stata suggerita a Fleur da una cugina svizzera appassionata del tenebroso investigatore xeroxeverettiano.             

  8. In questo caso la Z non basta, allora ricorro all’ultima lettera dell’alfabeto cirillico, la Я (prn. ‘i-ja’), che viene addirittura dopo la Z.

il Gambero Rotto


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