Dei punti fermi su cui si può transigere

Esiste un paese – che pretende di far parte dell’Unione Europea – in cui quindicimila persone sono attualmente a vario titolo indagate, sotto processo, sottoposte a provvedimenti restrittivi per ipotesi di reato connesse al dissenso sociale. Nel silenzio più assordante.
È un paese nel cui passato, tanto recente da confondersi col presente, è stato a più riprese sospeso l’habeas corpus, è stata in più occasioni usata violenza, quando non tortura (1), su persone in stato di fermo, arresto o detenzione.
È un paese nel quale i responsabili delle pesantissime violazioni dei diritti civili di cui sopra sono di fatto non perseguibili, perché anonimi e non identificabili nell’esercizio delle proprie mansioni. Né tantomeno lo sono i loro superiori ed i loro mandanti politici.
È un paese dal quale – spesso sulla sola base di sospetti e delazioni – si possono espellere con provvedimento amministrativo cittadini stranieri mai sottoposti a processo.
È un paese in cui semplici cittadini, magistrati, artisti ed esponenti dell’opposizione sono stati lungamente ed illegittimamente intercettati, schedati, spiati e diffamati da un’ambigua rete di uomini dei servizi, securities di aziende private e giornalisti prezzolati.
È un paese in cui la libertà di informazione è abbondantemente al di sotto degli standard delle democrazie occidentali.
È un paese nel quale l’opinione pubblica è lesta ad introiettare ogni timore indotto dai media e dalle informative farlocche dei servizi, ma che è tenuta all’oscuro o cui nulla importa, perché nell’animo la condivide, della crescente violenza di stampo neofascista, delle lame mai riposte, della benzina e del sangue che scorrono di notte.
È un paese profondamente intriso di chauvinismo e nazionalismo, che ancora dopo decenni rifiuta ostinatamente di fare pubblicamente i conti con i genocidi di cui si è reso responsabile.
È un paese in cui l’integralismo religioso – lautamente finanziato con fondi pubblici – permea a tal punto di sé la vita pubblica da arrivare a mettere in discussione non solo il principio della laicità dello Stato, ma le sue stesse leggi e gli stessi diritti che esso costituzionalmente garantisce ai cittadini, perorando ed ottenendo atti legislativi che li discriminino sulla base della loro fede, delle loro convinzioni e delle loro preferenze sessuali.
È un paese in cui non vige la piena parità tra i generi, in cui le donne sono praticamente prive di rappresentanza istituzionale e pesantemente discriminate nel lavoro e nelle prospettive di reddito e carriera.
È un paese la credibilità delle cui istituzioni è minata dalla presenza in Parlamento di «24 pregiudicati e un’ottantina di indagati, imputati, condannati provvisori e prescritti».
È un paese cui l’endemica corruzione sottrae risorse vitali per un armonico sviluppo economico e sociale, per l’istruzione ed il welfare, per la tutela dell’ambiente.
È un paese in cui l’abuso è il quotidiano ed il diritto un lusso.
Ancora a discuterne? NO alla Turchia nell’Unione Europea!
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ai sensi dell’Art. 593-bis del Codice Penale ↩
il Gambero Rotto
